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La Top 11 della Champions: tanto Barça, in panchina c’è Allegri

di Massimo Callegari 9 giugno 2015

Poche edizioni recenti della Champions League sono state dominate in maniera così chiara dalle due finaliste. L’anno scorso il Real aveva strappato la coppa all’Atletico all’ultimo secondo, dopo aver visto l’inferno anche nei quarti contro il Borussia. E nell’edizione precedente proprio il Dortmund, prima di raggiungere la finale, aveva rischiato l’eliminazione ai quarti col Malaga e in semifinale col Madrid. Bayern e Chelsea, le nostre favorite di inizio stagione, hanno deluso. Il calcio iper-speculativo dei Blues è stato punito dal PSG, gli infortuni e i limiti difensivi sono stati fatali ai tedeschi. E anche l’Atletico Madrid, vice-campione in carica, non è stato entusiasmante come un anno fa, segnando appena una rete in 4 partite tra ottavi e quarti. Ecco quindi la nostra Top 11, dominata da Juve e Barcellona, con una sola eccezione: il centrocampista francese del Monaco, Geoffrey Kondogbia, 22 anni. Già campione mondiale under 20 al fianco di Pogba, ha dimostrato di valere pienamente i 20 milioni spesi per lui due anni fa dal club del Principato.

Top 11 Champions 14-15

 

SISTEMA DI GIOCO – É il 4-3-3 del Barça campione, con il tridente delle meraviglie. Un sistema di gioco equilibrato, esaltato dalle qualità tattiche di Marchisio e Rakitic e dall’impressionante presenza fisica di Kondogbia.

ALLENATORE – È quello che ha ottenuto il miglior risultato in rapporto alla rosa a disposizione. Appena arrivato a Vinovo, Allegri ha trasmesso alla squadra la convinzione di poter arrivare nelle prime 4, proteggendola però in pubblico dalle pressioni. Ha sdoganato la difesa a 4 guadagnando un uomo a centrocampo e ha giocato con coraggio contro Borussia, Real Madrid e Barcellona, azzardando anche un pressing ultraoffensivo all’inizio della finale, piano peraltro subito fatto saltare dal gol di Rakitic. La sua Juve ha sofferto contro squadre coperte e compatte (Atletico e Monaco) e questo sarà il cambio di marcia necessario l’anno prossimo, quando né lui né i bianconeri saranno più una sorpresa per le grandi d’Europa.

PORTIERE – Avrebbe potuto respingere meglio il tiro di Messi nell’azione del 2-1, ma Buffon aveva tenuto in vita la Juventus nella burrasca iniziale a Berlino e ne aveva salvaguardato la qualificazione nei turni precedenti. Il neo-campione d’Europa Ter Stegen ha convinto più con i piedi che tra i pali, mentre valgono due menzioni speciali le prove mostruose del Drago Courtois in PSG-Chelsea e dello sloveno Oblak (Atletico) nelle due sfide contro il Real.

DIFESA – Dopo un paio di stagioni senza continuità, culminate in un pessimo Mondiale, Dani Alves e Piqué sono tornati al top. Sorprendente soprattutto in Champions il rendimento di Evra, meno propositivo rispetto al passato ma raramente in difficoltà in fase difensiva. Il miglior difensore della stagione europea della Juve è stato però Leonardo Bonucci, trascinatore contro il Real Madrid a Torino e meno implicato di Chiellini nei casi più scabrosi (gol subìto dal Borussia, rischio rigore a Montecarlo, penalty evitabile al Bernabeu).

CENTROCAMPO – Composto da centrocampisti puri, dopo l’incursione della scorsa edizione di Di Maria, chiave tattica decisiva per il Real. Marchisio è al top della sua carriera: ha saltato appena 3 partite nel 2015, giocandone 52 in stagione con la continuità mancata a Pogba e Vidal. Kondogbia ha trascinato il Monaco fino ai quarti, Rakitic ha sbalordito per come ha cambiato il passo del centrocampo blaugrana: un falso lento, più abile in fase difensiva di quanto potesse apparire a Siviglia, completo e decisivo anche in zona gol. Menzione speciale per Toni Kroos (3 assist): ha tenuto in piedi la mediana del Real anche dopo l’infortunio di Modric, fino a quando le bombole d’ossigeno lo hanno sorretto.

ATTACCO – 122 reti in stagione valgono l’en plein per il tridente più forte e completo del calcio moderno. Proprio la Champions ne ha marcato la superiorità: Suarez ha segnato il gol decisivo in finale dopo aver distrutto City e PSG con due doppiette in trasferta, Neymar ha segnato 7 reti in 5 partite dai quarti alla finale, Messi ha abbattuto il Bayern del suo maestro Guardiola con una doppietta memorabile, compreso il cucchiaio (di destro!) al gigantesco Neuer. Impossibile competere con loro anche per Morata, che pure nelle gare a eliminazione diretta ha realizzato 5 gol, tra cui la doppietta da ex al Real Madrid. Un passo indietro, infine, per Cristiano Ronaldo, a segno nelle due semifinali contro la Juventus pur senza dare la sensazione di strapotenza trasmessa nella scorsa edizione.

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Più travolgente del Barça di Guardiola

di Massimo Callegari 7 giugno 2015

calcio finale champions league 2014-2015 barcellona-juventusCampione dei Campioni. Nessuno mai come il Barcellona che conquista la terza Champions League nelle ultime 7, dopo aver battuto i campioni in carica d’Inghilterra, Francia, Germania e Italia dagli ottavi in poi. Si alimenta così di un nuovo trionfo un ciclo memorabile, che porta al secondo Triplete dopo quello del 2009: un primato storico. Ha vinto la squadra più forte di tutte, apparsa però un po’ più umana in finale. Passata la burrasca dei primi 15′, la Juventus è infatti rimasta in partita e l’ha addirittura comandata nel secondo tempo, facendo tremare i catalani, prima di perdere un’altra finale (la sesta, record negativo in Champions) giocata da sfavorita, molto meglio di tante altre perse da favorita.

DA ROMA A BERLINO – La finale del 2016 sarà a Milano, 7 anni dopo l’ultima disputata in Italia all’Olimpico di Roma, dove è cominciata l’epopea del Barça. Degli 11 titolari di quella sera, 4 erano in campo dal 1′ anche all’Olympiastadion: Piqué, Busquets, Iniesta e Messi. Il Manchester United venne annientato dalla mossa di Guardiola, che spostò Messi al centro e liberò Eto’o a destra. In mezzo l’apoteosi di Wembley 2011, ancora contro lo United, con 6 titolari più Xavi e Pedro presenti come a Berlino. Solo nei primi 10′ a Roma i blaugrana avevano sofferto come nel secondo tempo contro la Juve, a un passo dal punire la supponenza del loro palleggio.

MESSI A PASSEGGIO – Non ha ancora vinto un Mondiale da solo (cit.) ma in 10 anni ha conquistato 4 Champions League, di cui 3 da protagonista e da capocannoniere: 9 gol nel 2008/09, 12 nel 2010/11 e 10 in questa edizione, come Neymar e Cristiano Ronaldo. A Berlino ha gironzolato a lungo per il campo senza le accelerazioni che avevano sentenziato le eliminatorie con City, PSG e soprattutto Bayern Monaco. Eppure: ha attivato Neymar con un cambio di gioco illuminante nell’azione dell’1-0, ha completato 10 dribbling (meglio di lui in questa edizione solo Hazard con 15 nel meno probante Chelsea-Maribor) e dal nulla ha piazzato lo strappo che ha dilaniato centrocampo, difesa e portiere della Juve per il 2-1 di Suarez. Implacabile.

LA DIFFERENZA DI LUIS – L’impresa del Barcellona rischia di apparire oggi quasi scontata. La squadra è però lievitata nel 2015 dopo un inizio difficile: i ko a Parigi nella fase a gironi di Champions, nel Clasico contro il Real Madrid all’andata e a San Sebastian dopo la sosta natalizia in Liga sembravano compromettere l’autorevolezza di Luis Enrique e la compattezza del gruppo. Solo da gennaio il Barça è diventato inarrestabile, perdendo appena 2 partite (contro Malaga e Bayern) e pareggiandone altrettante (Siviglia e Deportivo, a campionato già acquisito). Il trionfo di Berlino è quindi il risultato di un paziente lavoro dell’allenatore, capace di gestire una fase di ricambio tecnico e generazionale dopo gli addii delle bandiere Zubizarreta (in società) e Puyol (in campo). E con Xavi centellinato per tutta la stagione e Iniesta che non aveva fornito nemmeno un assist fino ai quarti di ritorno col PSG, prima di chiudere da MVP la quarta finale della sua carriera (record del club) con il sontuoso passaggio vincente a Rakitic. Proprio il croato, costante nei movimenti e lucido nelle giocate, e l’altro Luis, Suarez, hanno marcato la differenza rispetto al Barcellona di Guardiola. Grazie a loro è stato sviluppato un calcio più verticale, vario e spesso più travolgente, anche se meno ordinato nella copertura degli spazi nel non possesso. Così il Barcellona ha superato se stesso, nonostante la fiera resistenza di una grande Juve.

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Messi show, Barça in forma Champions

di Massimo Callegari 31 maggio 2015

Il Barcellona non sta bene. Sta benissimo. E l’unica notizia positiva per la Juventus è che a tratti ne è fin troppo consapevole e stacca il piede dall’acceleratore. Poi però arriva Messi e passa da zero a trecento all’ora in quattro secondi, fulminando l’intera difesa dell’Athletic Bilbao con una giocata fotonica. La finale di Coppa del Re è virtualmente finita lì, dopo 20′ di apparente equilibrio, in cui i baschi hanno speso tutte le energie per pressare, raddoppiare le marcature e attaccare. Pochi, troppo pochi 20′ per limitare un Barça feroce, anche per come ha illuso l’avversario di potersela giocare alla pari prima di travolgerlo.

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MOVIMENTO COSTANTE – Il calcio di Luis Enrique è più verticale e meno palleggiato rispetto a quello di Guardiola, di cui è la naturale evoluzione: sono passati un po’ di anni, sono cambiati alcuni interpreti e le soluzioni offensive sono maggiori. I nuovi acquisti Suarez e Rakitic si sono integrati in uno stile di gioco codificato contribuendo a rivisitarlo. L’uruguaiano si è esaltato con i gol ma soprattutto con il movimento e gli assist per i compagni. Situazioni come quella che ha generato il 2-0 di Neymar, con assist del Pistolero da una posizione ottima anche per calciare direttamente in porta, sono state incredibilmente frequenti in questa stagione. Un attimo prima del suo passaggio vincente, c’erano stati il movimento senza palla e il tocco profondo di Rakitic, centrocampista universale e completo, addirittura sorprendente per come ha combinato qualità, quantità e inserimenti negli spazi in un contesto diverso dal Siviglia, dove era lui al (il) centro del gioco.

MESSITECA – Resta, in questo come nel Barça di Pep, il peso enorme e fantasmagorico di Messi: il migliore di sempre. Non nel confronto con i giganti di altre epoche ma con se stesso, non nei numeri ma nella sostanza e nella qualità delle giocate. La doppietta del Camp Nou lo porta a 58 gol stagionali, con una progressione costante nel 2015, in cui ne ha realizzati 35. Il suo contributo è stato insomma determinante per cancellare il primato del trio composto da lui, Eto’o e Henry nel 2008/09 (100). Con le 3 reti al Bilbao, Leo, Suarez e Neymar hanno raggiunto quota 120, superando così ufficialmente anche il tridente pesante del Real Madrid 2011/12 (Ronaldo, Benzema, Higuain) che ne segnò 118.

CORAGGIO JUVE – Il crescente ottimismo che aveva accompagnato la Juventus prima delle temute sfide con Borussia e Real Madrid non si può dunque replicare prima della finale con il Barcellona. La partita con l’Athletic Bilbao non era un test sul valore assoluto della squadra ma sulla sua condizione psicofisica e sulla capacità di tenere alte le motivazioni a una settimana dalla finale di Champions. È stato superato magnificamente, pur in un contesto favorevole come lo stadio di casa e contro un rivale già battuto due volte nella Liga (2-0 e 5-2). Altre partite giocate dal Barcellona in questa seconda parte di stagione indicano invece la strada alla Juve per sperare nell’impresa: quelle con il Valencia, battuto in casa 2-0 dopo indicibile sofferenza, e quella di Siviglia, pareggiata 2-2 col dominio iniziale seguìto da un secondo tempo sotto pressione a ritmi supersonici. Giocare con coraggio e dedizione estrema, al massimo delle proprie capacità fisiche, individuali e collettive. Proprio come le squadre italiane, di club e nazionali, hanno fatto nelle occasioni in cui hanno ribaltato il destino che alla vigilia pareva inevitabilmente avverso: è questa l’unica possibilità a disposizione della Juve per conquistare il Triplete e far tornare Berlino capitale d’Italia per una notte come nel 2006.

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Juve-Barcellona, a Berlino sfida stellare

di Massimo Callegari 14 maggio 2015

Dal Bernabeu a Berlino, la Juventus conquista la gloria europea negli stadi dell’Italia mondiale. Il 15 luglio, quando Allegri e i dirigenti vennero accolti da insulti e lancio di uova, nessuno avrebbe pensato di raggiungere la finale di Champions League superando il Real Madrid campione in carica. La realtà supera i sogni dei più ottimisti tifosi bianconeri e ora anche il Barcellona dei marziani fa meno paura. Ma sarà la sfida più dura, contro una squadra lievitata nel 2015 sulle ceneri della sconfitta di San Sebastian del 4 gennaio.

CACCIA AL TRIPLETE – Entrambe possono conquistarlo. Juve campione d’Italia e blaugrana a una vittoria dalla Liga prima della finale di Coppa del Re contro l’Athletic Bilbao (Lazio-Juventus l’epilogo di Coppa Italia).

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Ora il Barcellona non sorprende più ma solo pochi mesi fa, prima del sorteggio degli ottavi di Champions, Luis Enrique era sotto il fuoco incrociato dei media catalani, accusato di cambiare sempre formazione e di avere numeri peggiori dei suoi predecessori Guardiola, Vilanova e Martino. Oggi il suo Barça è a un passo dalla storia, trascinato dai 114 gol di Messi, Neymar e Suarez: polverizzato il record precedente del club di Eto’oHenryMessi (102) e 20 in più di tutta la Juventus (94) in stagione tra campionato e coppe.

ANCORA TU – A Berlino Hannibal Suarez ritroverà due vecchi nemici in un colpo solo: Patrice Evra e Giorgio Chiellini. Al primo, in Liverpool-Manchester United dell’ottobre 2011, rivolse insulti razzisti che gli costarono 8 giornate di squalifica. L’uruguaiano si è sempre dichiarato innocente e al ritorno a Old Trafford si rifiutò di stringere la mano a Evra. Ha invece ammesso tutte le sue colpe per il morso a Chiellini nel secondo tempo di Italia-Uruguay agli ultimi Mondiali. Per quel raptus venne squalificato dalla Fifa ed è rientrato in campo solo a metà ottobre. Se avesse iniziato la stagione ad agosto, i numeri del tridente blaugrana sarebbero ancora più impressionanti. Massimiliano Allegri affronterà invece il Barcellona per la nona volta in cinque edizioni di Champions League. Il bilancio degli 8 precedenti sulla panchina del Milan è negativo: 1 vittoria, 3 pareggi e 4 sconfitte. I due risultati migliori sono arrivati però proprio nelle serate in cui la sorte dei rossoneri sembrava segnata. A settembre 2011, il Barcellona campione in carica dominò per 88′ ma venne folgorato al 1′ da Pato e al 90′ da Thiago Silva: finì 2-2. Nell’andata degli ottavi 2013, Boateng e Muntari firmarono il clamoroso 2-0 del Milan, ribaltato al ritorno dal poker del Barça. Dopo aver affrontato la squadra supersonica di Guardiola e quella in declino di Tito Vilanova e Roura, Allegri sfida ora Luis Enrique. Che in 3 partite contro la Juve nel 2011-12 ottenne 1 pareggio e 2 sconfitte, con 8 gol al passivo e 1 solo realizzato.

ANALOGIE – La Juventus ha eliminato il Real Madrid con il gioco, l’organizzazione e il coraggio. Non esistono altre armi per disinnescare il tremendo potenziale del Barcellona. Ma il calcio non è solo numeri e geometrie, c’è anche un po’ di mistica. Per questo non vanno sottovalutati alcuni segnali che riportano al Triplete dell’Inter nel 2010. Il salvataggio di Sturaro all’andata sulla traversa di James (“non me sono neppure accorto”, ha confessato poi l’ex genoano) ricorda quelli eroici di Samuel e Lucio a Stamford Bridge nel ritorno degli ottavi. Il sorteggio favorevole ai quarti (Cska e Monaco), la semifinale epica di ritorno contro i detentori in Spagna (il Camp Nou come il Bernabeu) e la finale in uno stadio dell’Italia mondiale (Berlino 2015 dopo Madrid 2010) completano il quadro. Anche se l’analogia più importante è tra le dichiarazioni di chi ha vinto quella Champions (Javier Zanetti, Cordoba, Materazzi) e chi sogna questa (Buffon, Barzagli, Pirlo): “Per molti di noi è l’ultima occasione della carriera, non possiamo farcela sfuggire.”

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Real, Super CR7 e qualche crepa

di Massimo Callegari 3 maggio 2015

Imperiale Cristiano Ronaldo, c’è ancora Liga per il Real Madrid. Il portoghese si è caricato sulle spalle i Blancos nel momento cruciale della stagione e li ha trascinati al successo a Siviglia con una tripletta su tre cross favolosi di Isco, James (prolungato da Chicharito) e Bale (primo pallone toccato dopo il suo ingresso in campo). Il Real conquista così uno stadio inviolato da più di un anno e ben 34 partite consecutive e a 3 giornate dalla fine resta nella scia del Barcellona, a -2 ma con il vantaggio negli scontri diretti in caso di arrivo a pari punti. Eppure, nonostante il 3-2 e un supersonico CR7, dalla serata del Sanchez Pizjuan emerge qualche buon motivo per la Juve per sperare nell’impresa.

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CR7 NON PERDONA – A Siviglia ha raggiunto i 42 gol in questa Liga, 219 in tutte le edizioni del campionato spagnolo, settimo di sempre. Come spesso gli accade ha sparato a salve su punizione (1 rete su 42) ma su azione si è confermato letale, raggiungendo quota 10 gol di testa: esecuzioni di forza, elasticità, tecnica e coordinazione in equilibrio perfetto. Il madridismo ha palpitato quando si è toccato il ginocchio sinistro dopo un contatto con Mbia negli ultimi minuti. Per una squadra priva del suo equilibratore Modric e vulnerabile in velocità, la salute del fuoriclasse portoghese è la polizza sulla volata finale.

SERGIO RAMOS PIVOTE – Nei giorni scorsi Ancelotti lo ha definito “il difensore più completo che ho allenato.” Meglio insomma di Thiago Silva, Nesta, Cannavaro, John Terry… Poi però lo ha confermato in mediana, come nel ritorno dei quarti di Champions contro l’Atletico. Carletto ha percepito le carenze di equilibrio attuali del Real e sente la necessità di dare copertura alla difesa, costretta costantemente in parità numerica sulle avanzate avversarie. La mossa però ha funzionato solo in parte: il Siviglia ha avuto comunque ampi spazi per attaccare e ha sfiorato più volte prima il 2-2 e poi il 3-3, fermato da un monumentale Pepe e un ottimo Casillas.

MOSSE JUVE – Nella doppia semifinale i campioni d’Europa restano favoriti, ma la Juve ha validi motivi per non ritenersi troppo inferiore. Il Real è attaccabile con gli inserimenti centrali dei centrocampisti (Marchisio e Vidal) che raramente vengono seguiti dai mediani. Lo stesso accade sulle fasce, dove Carvajal e Marcelo sono poco assistiti da James e Isco. Entrambi i gol del Siviglia sono nati da incursioni di Aleix Vidal (25 anni, una delle rivelazioni della stagione in Europa) dalla parte di Marcelo. Anche sulle palle inattive il Madrid ha vissuto una serata da brividi, nonostante la contemporanea presenza di Varane, Pepe e Ramos. Tra un brindisi e una fetta di torta scudetto, Allegri e il suo staff avranno certamente preso nota. Oltre il supersonico CR7, in questo Real qualche piccola crepa c’è.

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Spettacolo Bayern e Barça: chi è più forte?

di Massimo Callegari 22 aprile 2015

pizap.com14296844105951Si scrive Champions, si legge Guardiola League. Il maestro e i suoi allievi sono ancora in semifinale e la resa dei conti è vicina. Per il tecnico catalano è la 6^ volta su 6 tra le prime 4 d’Europa, per il Barcellona la 7^ nelle ultime 8, per il Bayern la 5^ nelle ultime 6. Il suo club precedente e quello attuale sono, col Chelsea, i migliori dell’ultimo decennio europeo. Ma bavaresi e catalani sono soprattutto i grandi favoriti di questa edizione, grazie a un’impronta comune e stili comunque diversi. Proviamo a capire chi, oggi, è più forte.

IL GIOCO NON SI INFORTUNA – Lo ripete spesso Arrigo Sacchi, che sarà saltato sul divano alla visione celestiale del SuperBayern che ha disintegrato il Porto. Come all’andata mancavano Ribery, Robben, Alaba, Schweinsteiger, Benatia e Javi Martinez: la squadra ha però dimostrato che quel ko non era stato causato dalle assenze ma da un atteggiamento superbo, sufficiente. All’Allianz il Bayern ha assaltato l’avversario col pressing e una manovra senza pause, pur con appena il 54% di possesso palla, lontano insomma dalle cifre estreme del Barcellona di Pep. Che in Baviera ha scelto di verticalizzare di più per i suoi formidabili finalizzatori, Müller e Lewandowski. Una coppia devastante, un mix inarrestabile di capacità cognitive, velocità di pensiero, essenzialità, tecnica, altruismo. È la seconda rimonta di Guardiola in Champions dopo un ko all’andata: in 4 precedenti aveva recuperato solo una volta, in Barcellona-Arsenal del 2011.

O NEY E I SUOI FRATELLI – Mentre il maestro si gustava l’impresa, molti dei suoi ex allievi si divertivano al Camp Nou. Come l’anno scorso il Barcellona ha fatto fuori il City agli ottavi e come due anni fa ha eliminato il PSG ai quarti, in maniera però ancora più netta (5-1 totale). La doppietta di Neymar ha portato a 95 i gol stagionali del tridente blaugrana, a 5 dal record di Henry-Eto’o-Messi del 2009. Ad avviare le celebrazioni, la cavalcata di Andrés Mosé Iniesta, che ha aperto la difesa del Paris prima di regalare a Neymar il primo assist della sua stagione, atteso ben 8 mesi. Oggi il Barcellona è una squadra totale, che tuttavia concede ancora spazi e occasioni. Tra le due sontuose esibizioni di Champions, è arrivata infatti la soffertissima vittoria sul Valencia: tra i gol di Suarez al 1′ e di Messi al 94′, tanto spavento, un rigore parato da Bravo, un palo subìto e troppo campo concesso agli avversari. E prima ancora, la rimonta patita a Siviglia, da 2-0 a 2-2 con preoccupante blackout nel secondo tempo.

LA PIÙ FORTE – Le semifinali sono alle porte e il dibattito è apertissimo: più forte il Barça che Luis Enrique ha saputo rimodellare senza esasperare il pressing e sdoganando anche i lanci lunghi, o il Bayern 2.0, infernale macchina da gol e spettacolo? In attesa della sfida sul campo in semifinale o, chissà, in finale, la corazzata tedesca continua a farsi preferire per compattezza ed equilibrio. Era la nostra favorita al via di questa Champions e resta tale, a maggior ragione dopo l’eliminazione del Chelsea. Il 6-1 dell’Allianz ha cancellato la disfatta di Oporto e le perplessità sulla tenuta di una squadra che raramente perde le distanze tra i reparti. Certo, nessuno oggi possiede la forza realizzativa, il talento e le variabili offensive del Barcellona. E il calcio “è un gioco che si gioca con la palla”, come disse proprio Guardiola a Controcampo ai tempi della sua avventura italiana. La sottile superiorità del suo Bayern su questo Barça risiede invece nella capacità di giocare anche senza palla, di recuperarla con grande energia nella metàcampo avversaria e di difendere da squadra nei rari momenti di sofferenza, a prescindere dagli interpreti. Se la Champions “è una questione di dettagli” (cit. Mourinho), potrebbe essere questa minima ma fondamentale differenza, a decidere la corsa al trono di Berlino.

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Il solito Mou: 2 tiri, 1 gol e un altro titulo

di Massimo Callegari 19 aprile 2015

000_DV2008749Due tiri in porta col 30% di possesso palla, 1 gol e 1 palo per 3 punti che valgono un passo decisivo verso un altro titulo. Micidiale ed essenziale, il Chelsea marchia a fuoco la sfida col Manchester United e spedisce l’Arsenal a -10 con appena 18 punti a disposizione: Premier League 2014/15 a un passo e spumante in ghiaccio per l’ottavo campionato in 13 anni del tecnico portoghese, quinto della storia per il Chelsea. Contro l’United in campo c’erano ancora due titani del primo ciclo mourinhiano: John Terry, ruggente nel duello con Falcao, e il commovente Drogba. (altro…)

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Al via i quarti di Champions: ecco il SuperTabellone

di Massimo Callegari 14 aprile 2015

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La rivincita delle finali dell’anno scorso e del 1987, quella dei quarti di due anni fa tra Paris e Barça e la riedizione della semfinale del ’98 tra Juve e Monaco: c’è tanta storia nei quarti di questa Champions, con due sfide equilibratissime e due più sbilanciate. Grazie ad Allegri e Tevez l’Italia torna dopo anni ad affrontare con giustificato ottimismo un confronto importante della coppa più prestigiosa. Ecco, come da tradizione, il nostro SuperTabellone, con le percentuali di passaggio del turno per le sfide che decideranno le Magnifiche 4. (altro…)

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Super Barça, dopo il Clasico sogna il Triplete

di Massimo Callegari 23 marzo 2015

Gianluca RonaDal Clasico al Clasico, come cambia il destino di Barça e Real. Un girone fa, il Bernabeu incoronava i blancos e Luis Enrique doveva lottare per diradare le nubi che minacciavano la sua panchina già a fine ottobre. Iniesta e Mascherano avevano appena regalato a Isco il contropiede del 3-1, Mathieu terzino sinistro si era rivelata una scelta sciagurata e Piqué non riusciva a reggere il confronto con Cristiano Ronaldo. In più, Suarez era rientrato dopo quattro mesi di squalifica per il morso mondiale a Chiellini: nonostante l’assist per il gol di Neymar, i dubbi sulla compatibilità con il brasiliano e Messi erano parecchi.

HAY EQUIPO – Il ritorno al Camp Nou ribalta tutte le prospettive. Ora il Barcellona è una squadra completa, che sa soffrire quando serve e anche con un po’ di fortuna (la traversa di Ronaldo sullo 0-0) resiste agli assalti avversari. E che non dipende solo dalle doti sovrumane di Messi, decisivo anche in quest’ultimo Clasico con l’assist per l’1-0 ma non unico trascinatore blaugrana. La differenza ora è di squadra e i nuovi acquisti stanno aiutando un passaggio generazionale tutt’altro che scontato. Il portiere cileno Bravo ha compiuto tre paratone, Mathieu ha segnato un gol pesante e garantisce un’alternativa anche sulle palle inattive, poco sfruttate negli anni scorsi per l’assenza di saltatori eccellenti. E poi Rakitic, addirittura sorprendente per come combina le qualità di Xavi e Busquets, partiti dalla panchina al Camp Nou. Insomma, come dicono in Spagna: “hay equipo”, c’è la squadra. Con il ritorno del Piqué dei tempi d’oro, incoronato anche da un’osservatrice un po’ di parte, il cui giudizio però stavolta non si può contestare.

IL PISTOLERO NON PERDONA – Il salto di qualità è arrivato con il ritorno di Messi a destra nel tridente. Ne hanno tratto giovamento tutti, in particolare Luis Suarez. Fino a dicembre aveva segnato appena 3 reti, dopo la sosta e con il nuovo assetto offensivo ne ha realizzate 11 tra tutte le competizioni. Quella che ha deciso il Clasico, stop a seguire di esterno e destro incrociato rasoterra, è una perla strepitosa: solo un giocatore perfettamente a suo agio nel sistema di gioco e con l’ambiente può compiere con naturalezza e immediatezza un gesto così difficile. Dimenticati i raptus che ne hanno frenato la carriera, il Pistolero sta conquistando il Barcellona come altri attaccanti (Ibrahimovic e David Villa) non erano riusciti a fare.

SOGNO TRIPLETE – Un mese fa, dopo il ko interno col Malaga, i catalani erano a -4 dal Real Madrid: oggi sono a +4. Mancano ancora 10 giornate, con 30 punti in palio e le insidiose trasferte di Siviglia e del Calderon (alla penultima). Luis Enrique però ha le mani sulla Liga e può puntare al Doblete nella finale di Coppa del Re con l’Athletic Bilbao. Per la Champions però serve ancora un ultimo step: migliorare la fase difensiva. Solo in 3 delle ultime 13 partite, infatti, il Barcellona non ha subìto reti. E una di queste due è stata la sfida di ritorno col City, con rigore fallito da Agüero. Per vincere in Europa, già dai quarti col PSG, va scalato l’ultimo gradino. Riguadagnato il consenso dello spogliatoio dopo la bagarre interna con Messi e vinto il primo Clasico della carriera da allenatore, il triatleta Luis Enrique è atteso dall’ultima, entusiasmante fatica.

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Europa League, ecco le rivali delle italiane

di Massimo Callegari 27 febbraio 2015

Tre multinazionali sulla strada delle italiane in Europa League. Il Wolfsburg alimentato dal motore Volkswagen, lo Zenit del colosso Gazprom che fornisce energia a mezza Europa e la Dinamo Mosca del bilionario Boris Rotenberg, amico e compagno di judo di Vladimir Putin. Avversarie temibili, soprattutto per Inter e Torino e non solo per la loro potenza economica. Conosciamole meglio. (altro…)

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