È già un Messi da Pallone d’Oro

20 gennaio 2015

000_DV1941811Lo spettacolo dopo la tempesta. Due settimane fa con il ko di San Sebastian il Barcellona di Luis Enrique aveva toccato il fondo. La possibilità di superare il Real Madrid, pur con una partita giocata in più, era stata bruciata dalle scelte di Lucho e dalla sbadataggine dei giocatori. Alle polemiche sull’esclusione di Messi e Neymar erano seguiti il rumoroso silenzio di Leo e le indiscrezioni sullo scontro con l’allenatore. Nelle due partite successive, il fuoriclasse argentino ha risposto come solo lui sa fare e dove gli riesce meglio: sul campo.

COME UN BAMBINO – Luis Enrique sembrava aver dimenticato che per Messi giocare significa vivere. “Sostituirlo è come togliere il pallone a un bambino, lo fa stare male”, ripeteva il suo maestro Tito Vilanova. E anche Guardiola, le prime volte che lo fece rifiatare in panchina, lo vide piangere. Il campo è il suo habitat naturale e lo si capisce anche dagli atteggiamenti che ha fuori, sempre sul sottile confine tra eccentrico e goffo. Racconta il giornalista argentino Leonardo Faccio in Messi – Una biografia (2011, Mondadori) che sul volo di ritorno dalla finale di Champions vinta a Londra nel 2011, Messi fece suonare l’allarme spaventando compagni ed equipaggio: per festeggiare, stava provando ad aprire la porta dell’uscita di emergenza. Così, a 10.000 metri di altezza. La sua socialità è spontanea quanto grossolana, come confermano gli improbabili look alle serate di gala del Pallone d’Oro.

LA SFIDA INFINITA – Proprio la cerimonia di Zurigo e l’incoronazione di Cristiano Ronaldo sono coincise con la sua rinascita. La corsa al trofeo per il 2015 è già cominciata, in una sfida che non conosce pause. È così ripresa, inesorabile, la contabilità delle loro prodezze. Dopo i 61 gol in 60 partite di CR7 e i 58 in 66 dell’argentino nel 2014, ora comanda la Pulce Atomica con 5 reti in 4 gare contro le 4 in 5 del rivale. Il duello continua, arricchito dal ritorno al futuro di Messi, perché le sue ultime due folgoranti prestazioni sono seguite a un cambio tattico epocale.

VECCHIO MESSI – Le polemiche con Luis Enrique e le illazioni su un futuro lontano dalla Catalogna sono infatti state spazzate via dalle prodezze contro Atletico Madrid e Deportivo, in cui Messi ha segnato 4 gol e ne ha sfiorati altrettanti. Occupando il ruolo in cui aveva iniziato il ciclo di Guardiola: ala destra. Gli anni da Falso Nueve lo hanno entusiasmato e gratificato ma era chiaro che doveva tornare alle origini per esaltare le sue qualità senza limitare quelle di Suarez e Neymar. Nelle 6 partite disputate contro la squadra di Simeone nella scorsa stagione, Leo non aveva mai segnato. Due domeniche fa ha distrutto i colchoneros quasi da solo, con una rete e con tutto il suo favoloso repertorio: freschezza, esplosività, sublime tecnica in velocità, rapidità di esecuzione, movimenti con e senza palla, grande resistenza. Il prodigio si è ripetuto una settimana dopo a La Coruña: per la prima volta Luis Enrique ha confermato gli stessi undici della partita precedente e la squadra lo ha ripagato con una prova sontuosa, in cui Messi si è esaltato. Ha segnato la quarta tripletta stagionale, aperta da un colpo di testa dal dischetto del rigore dopo un’azione che lui stesso aveva avviato sulla trequarti, e ha dato l’esempio con recuperi furiosi sulla linea dei centrocampisti. Silenzio, parla il campo: Messi è tornato e il Barcellona ha capito, una volta di più, che non c’è futuro senza di lui.

di Massimo Callegari

Shaq Attack, il primo grande acquisto di Thohir

8 gennaio 2015

B62-rKlCUAAy0w0Un guerriero con il collo taurino, la dinamite nei quadricipiti e un sinistro affilatissimo. Ecco Xherdan Shaqiri, il primo grande acquisto dell’era Thohir. Dopo Roberto Mancini, l’Uomo dei Sogni e della rinascita.

LA CARRIERA – Il 2011 è stato il suo anno di grazia: titolo nazionale col Basilea e premio di miglior giocatore svizzero. L’Europa lo scoprì, nemmeno 20enne, agli Europei under 21, iniziati con il gol vittoria alla Danimarca e proseguiti trascinando la Svizzera alla finalissima, persa contro la Spagna di Ander Herrera e Thiago Alcantara. Ma già nel 2010, a sorpresa, Hitzfeld lo aveva inserito tra i convocati per i Mondiali in Sudafrica, schierandolo nel finale contro l’Honduras. Nell’autunno del 2011 anche Sir Alex Ferguson ne rimase impressionato, quando con 2 assist folgorò il Manchester United nel girone di Champions. Agli ottavi arrivò lo 0-7 col Bayern, che lo acquistò poi a fine stagione per oltre 11 milioni di euro. Una cifra ampiamente ammortizzata con questa cessione ai nerazzurri. Leggi il seguito »

di Massimo Callegari

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Le partite dell’anno: la Top 10 del 2014

27 dicembre 2014

10Partite okUna splendida annata. Il 2014 ha regalato momenti di pura estasi calcistica. Abbiamo raccolto per voi quelli che resteranno nella memoria, le 10 partite di cui si parlerà ancora tra decenni. Per i miti che hanno distrutto: il Brasile umiliato a casa sua, la Spagna cancellata dopo anni di dominio. E per le rivoluzioni che hanno scatenato: la fine del duopolio Real-Barça nella Liga e il compimento dell’utopia della Germania, una Nazionale che gioca e si muove come una squadra di club. Se fossero vini, queste bottiglie pregiate andrebbero conservate con estrema cura. Assaporiamole insieme, prima di accomodarle nella cantina dei nostri ricordi. Leggi il seguito »

di Massimo Callegari

Flop 11: il 2014 nero di United e milanesi

25 dicembre 2014

FormazioneFLOP

Il Manchester United fuori dalle coppe europee dopo 25 anni e le milanesi entrambe escluse dalla Champions dopo 13 edizioni: sono questi i grandi fallimenti del 2014, aggravati da operazioni di mercato poco lungimiranti per Inter e Milan. Ma naturalmente c’è anche molto Mondiale nella nostra Flop 11, dal portiere russo Akinfeev a Balotelli. Sino a Prandelli, che si è autoflagellato due volte in pochi mesi. Prima con la pessima idea del ritiro balneare di Mangaratiba e poi con l’esilio immediato in Turchia. La toppa peggio del buco, tanto da fargli conquistare la poco ambita panchina a scapito di David Moyes, tra gli artefici del disastro United. Leggi il seguito »

di Massimo Callegari

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Top 11 2014: trionfano Germania e Real

25 dicembre 2014

FormazioneTOP

È stato l’anno della Germania campione del Mondo e del Real Madrid campione d’Europa. Grazie a interpreti magnifici e a due allenatori, Löw e Ancelotti, che hanno trovato la perfezione estetica nella massima concretezza. Il nostro manager dell’anno, però, è Diego Pablo Simeone, che ha raccolto i migliori risultati con la rosa meno qualitativa. Facendo la fortuna dei suoi giocatori, che hanno migliorato la bacheca e il conto in banca, dei tifosi e dei dirigenti dell’Atletico, che hanno ceduto a prezzi esorbitanti le loro stelle. Ecco, ruolo per ruolo, la nostra Top 11 dell’anno solare, schierata con il 4-3-3 che sta esaltando il Grande Real. Una squadra equilibrata, con un senso tattico preciso e scelte difficili. La più dolorosa? L’esclusione di Thomas Müller, al quale abbiamo preferito Di Maria e James a centrocampo e Messi davanti. Ubi maior

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di Massimo Callegari

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Il Borussia anti-Juve: più forte di quanto sembra

15 dicembre 2014

000_DV1924744 (1)Tra gli avversari umani, il Borussia è il peggiore che potesse capitare. A Dortmund Roberto Baggio e Alex Del Piero hanno scritto pagine indelebili della storia bianconera ma contro il Borussia dei tanti ex (Paulo Sousa, Kohler, Reuter) finì malissimo nella finale di Monaco del ’97, con il neopapà Peruzzi trafitto da Riedle e dallo scolaretto Ricken, ora coordinatore del settore giovanile. Per superare un club preso a modello negli ultimi anni, alla Juve serviranno 180′ ad altissima intensità. Perché tra due mesi il Borussia potrebbe essere molto più pericoloso di quanto appare ora. Leggi il seguito »

di Massimo Callegari

Segreti e (pochi) difetti delle possibili rivali della Juve

11 dicembre 2014

calleNel calcio non esistono imprese impossibili. Ma la Juventus sa bene che il secondo posto nel girone la espone a rischi spaventosi al sorteggio di Nyon. Ecco un ripasso sulle Fantastiche 4 da evitare e qualche curiosità sulle tre opzioni più giocabili. Con il solito post-it da imprimere nella mente: in Europa, dagli ottavi più che mai, non esistono avversari facili.

BAYERN MONACO – L’evoluzione del Guardiolismo ha prodotto una squadra magnifica, più continua e spettacolare dell’anno scorso. E più potente e imprevedibile rispetto al Barça di Pep. Corsa contro il tempo per recuperare per gli ottavi gli infortunati Lahm e Alaba, due colonne. Ha subìto appena 3 gol in 14 giornate di Bundesliga, record del club. Resta la nostra favorita per il successo finale.

REAL MADRID – Ha segnato 67 gol in 20 partite tra Liga e Champions e ha il miglior Cristiano Ronaldo di sempre: 30 reti da inizio stagione. Da paura. La perfezione non esiste ma Ancelotti la sta avvicinando, con una squadra che appariva difficile da equilibrare. Va testato contro avversarie Top che provino ad attaccarlo, come ha fatto il Barcellona all’inizio del Clasico. Un anno fa la Juve se la giocò fieramente coi blancos ma oggi, paradossalmente, la distanza sembra maggiore.

CHELSEA – Il carrarmato londinese si è fermato a Newcastle, dove ha perso l’imbattibilità stagionale. Resta comunque una delle rappresentazioni migliori del Mourinhismo, anche con ampi tratti di spettacolo e continuità di gioco. La differenza è Fabregas, regista a tutto campo e assistman formidabile: 14 passaggi vincenti tra Champions e Premier League. Unico limite, la scarsa rapidità dei difensori centrali. Nei pochi momenti in cui concedono spazi, possono andare in affanno.

BARCELLONA – Crea tantissimo e concede sempre qualcosa. Nella stratosfera c’è anche la squadra di Luis Enrique, a -2 dal Real in Liga, peraltro con la miglior difesa. E col miglior Messi delle ultime 3 stagioni. Hannibal Suarez gli sta facendo da scudiero con umiltà, rinunciando al centro del palcoscenico e dell’attacco: solo 2 reti sin qui. Neymar è al top della carriera, a differenza di Piqué, l’anello debole finora.

BORUSSIA DORTMUND – Dodici mesi dopo, la storia si ripete. Ha rivinto il girone davanti all’Arsenal ed è stato nuovamente dilaniato dagli infortuni. Il ritorno di Gündogan non compensa il ko di Reus e la scarsa affidabilità fisica di Hummels. Così come gli arrivi di Immobile e del colombiano Ramos non hanno compensato l’addio di LewanGolski. In Bundes ha 17 punti in meno della passata stagione. A febbraio, però, tornerà Reus. E se la squadra ritroverà la fiducia come l’anno scorso, potrà spaventare chiunque, come ben sa Ancelotti che col suo Real soffrì le pene dell’inferno nel ritorno dei quarti.

PORTO – La rivelazione di questa Champions. In difesa scelte coraggiose: il portiere brasiliano Fabiano e i difensori centrali, l’olandese Martins Indi e lo spagnolo ex Rubin Ivan Marcano. Più avanti il (ri)lancio di talenti che stavano rendendo meno di quanto promettevano: Oliver Torres (scuola Atletico Madrid), Tello (Barcellona), Casemiro (ex San Paolo e Real) e l’algerino Brahimi. Le certezze sono il centrocampista messicano Herrera, ammirato ai Mondiali, e il centravanti colombiano Jackson Cha Cha Cha Martinez, già 17 gol in stagione.

MONACO – La rivale che tutti sognano. Da ottobre a oggi, però, ha perso solo due partite. Dopo il ridimensionamento estivo (addio a Falcao e James Rodriguez) l’allenatore portoghese Jardim ha rimesso in sesto una squadra ora solida e difficile da perforare: in questi due mesi, ha chiuso ben 7 partite senza subire gol e solo in 3 ne ha concessi più di uno. Spina dorsale fondata sui santoni CarvalhoToulalan, Joao Moutinho e Berbatov ma occhio ai giovani che stanno crescendo: il laterale sinistro Kurzawa (Fra, 22), gli esterni Ferreira Carrasco (Bel, 21) e Ocampos (Arg, 20) e il gigantesco Kondogbia, scudiero di Pogba nella Francia campione mondiale under 20.

di Massimo Callegari

Pallone d’Oro 2014: Ronaldo favorito ma…

1 dicembre 2014

blogIl portiere della Germania campione del mondo, il simbolo del Real campione d’Europa, il dominatore della sua epoca. Nessuna sorpresa: saranno Messi, Neuer e Cristiano Ronaldo, in rigoroso ordine alfabetico, a giocarsi il Pallone d’Oro FIFA 2014. Ecco perché ognuno di loro può sperare nel trionfo, ma anche rimanere a mani vuote.

MESSI  SÌ  Quando il fisico lo ha sorretto, è stato devastante come negli anni del poker di Palloni d’Oro. Ha trascinato l’Argentina in finale ai Mondiali, con i gol nella prima fase e gli assist nella seconda. Nel corso dell’anno è diventato il miglior cannoniere della storia del Barcellona, della Liga e della Champions League.

MESSI NO – Ha fallito l’occasione della vita al Maracanã davanti a Neuer. Prima ancora, aveva fatto scena muta nei due quarti di finale di Champions contro l’Atletico. Cristiano Ronaldo ha segnato e vinto più di lui nel 2014.

NEUER SÌ – È il simbolo della Germania campione del mondo e di una generazione di grandissimi campioni. Ha trasformato il ruolo del portiere con esibizioni memorabili: la prestazione contro l’Algeria negli ottavi dei Mondiali e il colpo di tacco in Bundesliga al limite dell’area resteranno nella storia.

NEUER NO – Prima del Mondiale era naufragato col Bayern nelle semifinali di Champions contro il Real Madrid. Al di là della straordinaria sicurezza trasferita a compagni e avversari, in Brasile è stato decisivo soprattutto negli ottavi e nei quarti. Nello show di semifinale contro il Brasile è rimasto inoperoso e in finale contro l’Argentina è stato salvato dall’imprecisione di Higuain, Messi e Palacio.

CRISTIANO RONALDO SÌ – Nel 2014 ha segnato 50 gol col Real, di cui 20 nelle prime 12 partite di questa Liga (record). Ha autografato il cammino vincente dei blancos in Champions con 17 reti in 11 presenze ed è stato protagonista del successo in Supercoppa Europea con una doppietta. Infine, last but not least, ha saputo migliorare il suo già stratosferico rendimento dell’anno precedente.

CRISTIANO RONALDO NO – Ha mancato l’appuntamento mondiale, segnando solo al Ghana e rendendosi corresponsabile del fallimento di un Portogallo complessivamente inadeguato. Una piccola macchia in una splendida annata. Troppo piccola, probabilmente, per togliergli il secondo Pallone d’Oro consecutivo, il terzo di una carriera favolosa.

di Massimo Callegari

Super Agüero, lo Special Nine

26 novembre 2014

FOOTBALL - UEFA CHAMPIONS LEAGUE - MANCHESTER CITY v FC BAYERN MUNICHKum Kum era il personaggio del cartone giapponese che ispirò il soprannome del piccolo Sergio Agüero. Kun-Kun-Kun, risuona ora l’eco dei 3 colpi di mortaio che hanno fatto secco il Bayern Monaco e salvato (per ora) il destino europeo del Manchester City. Un miracolo.

AGÜERO CONTRO TUTTI - Di fronte alla squadra più organizzata d’Europa, l’Ingegner Pellegrini è ricorso allo schema più antico: palla al Kun e andiamolo ad abbracciare. La semplicità di questa scelta sottolinea tutti i limiti del City in Europa, dove le individualità non bastano per imporsi. Paradossalmente, quindi, il modo in cui è arrivata la vittoria sul Bayern spiega le difficoltà dei Citizens in Champions più di tante sconfitte precedenti. I 3 gol, infatti, sono nati da volate solitarie di Agüero ed errori degli avversari: il fallo da rigore di Benatia, il retropassaggio di Xabi Alonso e il controllo mancato di Boateng al limite dell’area al 91′.

SPECIAL NINE - Nell’era del Falso 9, nel Kun rivive il centravanti di una volta. Quello che galleggia in area, scompare e riappare, tira in porta e non perdona. Quando debuttò nella Serie A argentina a soli 15 anni con l’Independiente, amava partire da lontano, in appoggio al centravanti (Frutos, passato poi all’Anderlecht). All’Atletico Madrid si integrò splendidamente con un altro attaccante puro, Diego Forlan, che in quattro campionati con lui segnò 74 gol. Al City si è completato e ormai si esalta anche e soprattuto senza Dzeko: il bosniaco non era in campo contro il Bayern e nemmeno contro il Tottenham (poker del Kun) e il QPR (doppietta). Solo contro tutti, Agüero oggi è lo Special Nine.

IL VERO 9 - I numeri (*) confermano che il gol è la sua specialità. Ne ha segnati 17 in 17 partite tra campionato e Champions ma ha servito un solo assist, contro il CSKA a Mosca. È l’attaccante con più tiri per partita in Premier League, in totale (5,3) e da dentro l’area (4,2). Ed è anche quello con più dribbling tentati per match: il doppio di Rooney e Falcao, il triplo di Diego Costa. Una volta di più, la sua forza diventa il limite del City in Europa. Contro le difese di Champions, più organizzate, i dribbling riusciti crollano da 2,6 a 1. Poco meno di Diego Costa e come Lewandowski, che però gioca molto di più per la squadra (8 assist stagionali). Il Kun è un Vero 9, insomma, col talento della posizione, come amava dire il presidente Berlusconi di Inzaghi, e l’esplosività di Romario, come diceva di lui Menotti, suo primo mentore all’Independiente. Un attaccante vero: egoista, spietato e magnificamente spettacolare.

(*) dati whoscored.com

di Massimo Callegari

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Sprofondo Reds: non è solo colpa di Balo

25 novembre 2014

Football - Barclays Premier LeagSelhurst Park è la tomba dei sogni del Liverpool. Nello stadio del Crystal Palace lo scorso 5 maggio, data non banale per giocarsi un campionato, i Reds gettarono la spugna in Premier: da 3-0 a 3-3 in 9′, tremendo contrappasso per il club che in 6′ rimontò 3 gol in una finale di Champions. Domenica è finita ancora peggio: 3-1 per il Palace e quarta sconfitta consecutiva tra tutte le competizioni per il Liverpool, nonostante il gol di Ricky Lambert dopo pochi secondi. Così, per la prima volta dal 2012, la panchina di Brendan Rodgers è in discussione.

EFFETTO BALE – Il manager è sotto accusa per le scelte di mercato, condivise peraltro con la proprietà e la dirigenza. I nove acquisti sono costati l’equivalente di quasi 140 milioni di euro e nemmeno la cessione di Suarez (81) è bastata per evitare un pesante passivo. L’occasione era irripetibile: incassare una cifra enorme per alzare ulteriormente la qualità della rosa. Ma come era accaduto al Tottenham dopo la cessione di Bale, i nuovi arrivati non sono stati all’altezza. Sono stati acquistati alcuni ottimi giocatori in prospettiva (Markovic, Lallana, Emre Can, Alberto Moreno) ma nessuno con qualità e personalità da leader per un club così importante.

SENZA DIFESA – La qualificazione agli ottavi di Champions è tutt’altro che scontata e questa è la seconda peggior partenza del Liverpool in Premier dopo 12 giornate: solo nel ’92-93 era andata peggio, 13 punti contro i 14 attuali (12° posto, -5 dalla zona Champions). Un anno fa erano 24, quasi il doppio. Le  sconfitte (6) sono invece le stesse di tutto il campionato scorso, in cui la difesa aveva subìto ben 50 gol. Oggi è addirittura la sesta peggiore di tutta la Premier e il simbolo del mancato rafforzamento del reparto è il croato Lovren. Pagato 25 milioni di euro (!) ha confermato di non essere da Top Club, troppo lento e impacciato, come ha evidenziato senza pietà l’azione del 2-1 del Crystal Palace.

NON SOLO BALO – Al Liverpool sta mancando clamorosamente Daniel Sturridge, fuori per infortunio dopo la terza giornata e fermo a 1 gol contro i 9 di un anno fa. La sua assenza è pesantissima, perché per gran parte della scorsa stagione era stato ai livelli di Messi, Cristiano Ronaldo e Agüero per gol/partita e gol/tiri in porta. L’assenza di Suarez si sente proprio perché l’uruguaiano aveva sopperito con 11 reti alla mancanza di Sturridge, ko da fine novembre 2013 a gennaio 2014. È qui che si sta scavando il solco tra il Liverpool di oggi e quello di ieri. Anche per colpa di Balotelli, incapace di segnare in Premier e imbarazzante proprio per numero di gol realizzati in rapporto ai tiri tentati. Come gli era accaduto in Nazionale e all’Inter, ancor prima del manager è la squadra che lo sta scaricando. Perché quando dài tutto in campo, i compagni sono disposti a perdonarti anche comportamenti sbagliati. Nemmeno Suarez era amato nello spogliatoio di Anfield, ma in campo lottava e trascinava. Prima di tutto con l’atteggiamento, poi con i gol. Balotelli non lo ha mai fatto nella sua carriera e quasi certamente mai lo farà: acquistarlo pensando che potesse cambiare, è stato un errore imperdonabile.

di Massimo Callegari