Il Borussia anti-Juve: più forte di quanto sembra

15 dicembre 2014

000_DV1924744 (1)Tra gli avversari umani, il Borussia è il peggiore che potesse capitare. A Dortmund Roberto Baggio e Alex Del Piero hanno scritto pagine indelebili della storia bianconera ma contro il Borussia dei tanti ex (Paulo Sousa, Kohler, Reuter) finì malissimo nella finale di Monaco del ’97, con il neopapà Peruzzi trafitto da Riedle e dallo scolaretto Ricken, ora coordinatore del settore giovanile. Per superare un club preso a modello negli ultimi anni, alla Juve serviranno 180′ ad altissima intensità. Perché tra due mesi il Borussia potrebbe essere molto più pericoloso di quanto appare ora. Leggi il seguito »

di Massimo Callegari

Segreti e (pochi) difetti delle possibili rivali della Juve

11 dicembre 2014

calleNel calcio non esistono imprese impossibili. Ma la Juventus sa bene che il secondo posto nel girone la espone a rischi spaventosi al sorteggio di Nyon. Ecco un ripasso sulle Fantastiche 4 da evitare e qualche curiosità sulle tre opzioni più giocabili. Con il solito post-it da imprimere nella mente: in Europa, dagli ottavi più che mai, non esistono avversari facili.

BAYERN MONACO – L’evoluzione del Guardiolismo ha prodotto una squadra magnifica, più continua e spettacolare dell’anno scorso. E più potente e imprevedibile rispetto al Barça di Pep. Corsa contro il tempo per recuperare per gli ottavi gli infortunati Lahm e Alaba, due colonne. Ha subìto appena 3 gol in 14 giornate di Bundesliga, record del club. Resta la nostra favorita per il successo finale.

REAL MADRID – Ha segnato 67 gol in 20 partite tra Liga e Champions e ha il miglior Cristiano Ronaldo di sempre: 30 reti da inizio stagione. Da paura. La perfezione non esiste ma Ancelotti la sta avvicinando, con una squadra che appariva difficile da equilibrare. Va testato contro avversarie Top che provino ad attaccarlo, come ha fatto il Barcellona all’inizio del Clasico. Un anno fa la Juve se la giocò fieramente coi blancos ma oggi, paradossalmente, la distanza sembra maggiore.

CHELSEA – Il carrarmato londinese si è fermato a Newcastle, dove ha perso l’imbattibilità stagionale. Resta comunque una delle rappresentazioni migliori del Mourinhismo, anche con ampi tratti di spettacolo e continuità di gioco. La differenza è Fabregas, regista a tutto campo e assistman formidabile: 14 passaggi vincenti tra Champions e Premier League. Unico limite, la scarsa rapidità dei difensori centrali. Nei pochi momenti in cui concedono spazi, possono andare in affanno.

BARCELLONA – Crea tantissimo e concede sempre qualcosa. Nella stratosfera c’è anche la squadra di Luis Enrique, a -2 dal Real in Liga, peraltro con la miglior difesa. E col miglior Messi delle ultime 3 stagioni. Hannibal Suarez gli sta facendo da scudiero con umiltà, rinunciando al centro del palcoscenico e dell’attacco: solo 2 reti sin qui. Neymar è al top della carriera, a differenza di Piqué, l’anello debole finora.

BORUSSIA DORTMUND – Dodici mesi dopo, la storia si ripete. Ha rivinto il girone davanti all’Arsenal ed è stato nuovamente dilaniato dagli infortuni. Il ritorno di Gündogan non compensa il ko di Reus e la scarsa affidabilità fisica di Hummels. Così come gli arrivi di Immobile e del colombiano Ramos non hanno compensato l’addio di LewanGolski. In Bundes ha 17 punti in meno della passata stagione. A febbraio, però, tornerà Reus. E se la squadra ritroverà la fiducia come l’anno scorso, potrà spaventare chiunque, come ben sa Ancelotti che col suo Real soffrì le pene dell’inferno nel ritorno dei quarti.

PORTO – La rivelazione di questa Champions. In difesa scelte coraggiose: il portiere brasiliano Fabiano e i difensori centrali, l’olandese Martins Indi e lo spagnolo ex Rubin Ivan Marcano. Più avanti il (ri)lancio di talenti che stavano rendendo meno di quanto promettevano: Oliver Torres (scuola Atletico Madrid), Tello (Barcellona), Casemiro (ex San Paolo e Real) e l’algerino Brahimi. Le certezze sono il centrocampista messicano Herrera, ammirato ai Mondiali, e il centravanti colombiano Jackson Cha Cha Cha Martinez, già 17 gol in stagione.

MONACO – La rivale che tutti sognano. Da ottobre a oggi, però, ha perso solo due partite. Dopo il ridimensionamento estivo (addio a Falcao e James Rodriguez) l’allenatore portoghese Jardim ha rimesso in sesto una squadra ora solida e difficile da perforare: in questi due mesi, ha chiuso ben 7 partite senza subire gol e solo in 3 ne ha concessi più di uno. Spina dorsale fondata sui santoni CarvalhoToulalan, Joao Moutinho e Berbatov ma occhio ai giovani che stanno crescendo: il laterale sinistro Kurzawa (Fra, 22), gli esterni Ferreira Carrasco (Bel, 21) e Ocampos (Arg, 20) e il gigantesco Kondogbia, scudiero di Pogba nella Francia campione mondiale under 20.

di Massimo Callegari

Pallone d’Oro 2014: Ronaldo favorito ma…

1 dicembre 2014

blogIl portiere della Germania campione del mondo, il simbolo del Real campione d’Europa, il dominatore della sua epoca. Nessuna sorpresa: saranno Messi, Neuer e Cristiano Ronaldo, in rigoroso ordine alfabetico, a giocarsi il Pallone d’Oro FIFA 2014. Ecco perché ognuno di loro può sperare nel trionfo, ma anche rimanere a mani vuote.

MESSI  SÌ  Quando il fisico lo ha sorretto, è stato devastante come negli anni del poker di Palloni d’Oro. Ha trascinato l’Argentina in finale ai Mondiali, con i gol nella prima fase e gli assist nella seconda. Nel corso dell’anno è diventato il miglior cannoniere della storia del Barcellona, della Liga e della Champions League.

MESSI NO – Ha fallito l’occasione della vita al Maracanã davanti a Neuer. Prima ancora, aveva fatto scena muta nei due quarti di finale di Champions contro l’Atletico. Cristiano Ronaldo ha segnato e vinto più di lui nel 2014.

NEUER SÌ – È il simbolo della Germania campione del mondo e di una generazione di grandissimi campioni. Ha trasformato il ruolo del portiere con esibizioni memorabili: la prestazione contro l’Algeria negli ottavi dei Mondiali e il colpo di tacco in Bundesliga al limite dell’area resteranno nella storia.

NEUER NO – Prima del Mondiale era naufragato col Bayern nelle semifinali di Champions contro il Real Madrid. Al di là della straordinaria sicurezza trasferita a compagni e avversari, in Brasile è stato decisivo soprattutto negli ottavi e nei quarti. Nello show di semifinale contro il Brasile è rimasto inoperoso e in finale contro l’Argentina è stato salvato dall’imprecisione di Higuain, Messi e Palacio.

CRISTIANO RONALDO SÌ – Nel 2014 ha segnato 50 gol col Real, di cui 20 nelle prime 12 partite di questa Liga (record). Ha autografato il cammino vincente dei blancos in Champions con 17 reti in 11 presenze ed è stato protagonista del successo in Supercoppa Europea con una doppietta. Infine, last but not least, ha saputo migliorare il suo già stratosferico rendimento dell’anno precedente.

CRISTIANO RONALDO NO – Ha mancato l’appuntamento mondiale, segnando solo al Ghana e rendendosi corresponsabile del fallimento di un Portogallo complessivamente inadeguato. Una piccola macchia in una splendida annata. Troppo piccola, probabilmente, per togliergli il secondo Pallone d’Oro consecutivo, il terzo di una carriera favolosa.

di Massimo Callegari

Super Agüero, lo Special Nine

26 novembre 2014

FOOTBALL - UEFA CHAMPIONS LEAGUE - MANCHESTER CITY v FC BAYERN MUNICHKum Kum era il personaggio del cartone giapponese che ispirò il soprannome del piccolo Sergio Agüero. Kun-Kun-Kun, risuona ora l’eco dei 3 colpi di mortaio che hanno fatto secco il Bayern Monaco e salvato (per ora) il destino europeo del Manchester City. Un miracolo.

AGÜERO CONTRO TUTTI - Di fronte alla squadra più organizzata d’Europa, l’Ingegner Pellegrini è ricorso allo schema più antico: palla al Kun e andiamolo ad abbracciare. La semplicità di questa scelta sottolinea tutti i limiti del City in Europa, dove le individualità non bastano per imporsi. Paradossalmente, quindi, il modo in cui è arrivata la vittoria sul Bayern spiega le difficoltà dei Citizens in Champions più di tante sconfitte precedenti. I 3 gol, infatti, sono nati da volate solitarie di Agüero ed errori degli avversari: il fallo da rigore di Benatia, il retropassaggio di Xabi Alonso e il controllo mancato di Boateng al limite dell’area al 91′.

SPECIAL NINE - Nell’era del Falso 9, nel Kun rivive il centravanti di una volta. Quello che galleggia in area, scompare e riappare, tira in porta e non perdona. Quando debuttò nella Serie A argentina a soli 15 anni con l’Independiente, amava partire da lontano, in appoggio al centravanti (Frutos, passato poi all’Anderlecht). All’Atletico Madrid si integrò splendidamente con un altro attaccante puro, Diego Forlan, che in quattro campionati con lui segnò 74 gol. Al City si è completato e ormai si esalta anche e soprattuto senza Dzeko: il bosniaco non era in campo contro il Bayern e nemmeno contro il Tottenham (poker del Kun) e il QPR (doppietta). Solo contro tutti, Agüero oggi è lo Special Nine.

IL VERO 9 - I numeri (*) confermano che il gol è la sua specialità. Ne ha segnati 17 in 17 partite tra campionato e Champions ma ha servito un solo assist, contro il CSKA a Mosca. È l’attaccante con più tiri per partita in Premier League, in totale (5,3) e da dentro l’area (4,2). Ed è anche quello con più dribbling tentati per match: il doppio di Rooney e Falcao, il triplo di Diego Costa. Una volta di più, la sua forza diventa il limite del City in Europa. Contro le difese di Champions, più organizzate, i dribbling riusciti crollano da 2,6 a 1. Poco meno di Diego Costa e come Lewandowski, che però gioca molto di più per la squadra (8 assist stagionali). Il Kun è un Vero 9, insomma, col talento della posizione, come amava dire il presidente Berlusconi di Inzaghi, e l’esplosività di Romario, come diceva di lui Menotti, suo primo mentore all’Independiente. Un attaccante vero: egoista, spietato e magnificamente spettacolare.

(*) dati whoscored.com

di Massimo Callegari

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Sprofondo Reds: non è solo colpa di Balo

25 novembre 2014

Football - Barclays Premier LeagSelhurst Park è la tomba dei sogni del Liverpool. Nello stadio del Crystal Palace lo scorso 5 maggio, data non banale per giocarsi un campionato, i Reds gettarono la spugna in Premier: da 3-0 a 3-3 in 9′, tremendo contrappasso per il club che in 6′ rimontò 3 gol in una finale di Champions. Domenica è finita ancora peggio: 3-1 per il Palace e quarta sconfitta consecutiva tra tutte le competizioni per il Liverpool, nonostante il gol di Ricky Lambert dopo pochi secondi. Così, per la prima volta dal 2012, la panchina di Brendan Rodgers è in discussione.

EFFETTO BALE – Il manager è sotto accusa per le scelte di mercato, condivise peraltro con la proprietà e la dirigenza. I nove acquisti sono costati l’equivalente di quasi 140 milioni di euro e nemmeno la cessione di Suarez (81) è bastata per evitare un pesante passivo. L’occasione era irripetibile: incassare una cifra enorme per alzare ulteriormente la qualità della rosa. Ma come era accaduto al Tottenham dopo la cessione di Bale, i nuovi arrivati non sono stati all’altezza. Sono stati acquistati alcuni ottimi giocatori in prospettiva (Markovic, Lallana, Emre Can, Alberto Moreno) ma nessuno con qualità e personalità da leader per un club così importante.

SENZA DIFESA – La qualificazione agli ottavi di Champions è tutt’altro che scontata e questa è la seconda peggior partenza del Liverpool in Premier dopo 12 giornate: solo nel ’92-93 era andata peggio, 13 punti contro i 14 attuali (12° posto, -5 dalla zona Champions). Un anno fa erano 24, quasi il doppio. Le  sconfitte (6) sono invece le stesse di tutto il campionato scorso, in cui la difesa aveva subìto ben 50 gol. Oggi è addirittura la sesta peggiore di tutta la Premier e il simbolo del mancato rafforzamento del reparto è il croato Lovren. Pagato 25 milioni di euro (!) ha confermato di non essere da Top Club, troppo lento e impacciato, come ha evidenziato senza pietà l’azione del 2-1 del Crystal Palace.

NON SOLO BALO – Al Liverpool sta mancando clamorosamente Daniel Sturridge, fuori per infortunio dopo la terza giornata e fermo a 1 gol contro i 9 di un anno fa. La sua assenza è pesantissima, perché per gran parte della scorsa stagione era stato ai livelli di Messi, Cristiano Ronaldo e Agüero per gol/partita e gol/tiri in porta. L’assenza di Suarez si sente proprio perché l’uruguaiano aveva sopperito con 11 reti alla mancanza di Sturridge, ko da fine novembre 2013 a gennaio 2014. È qui che si sta scavando il solco tra il Liverpool di oggi e quello di ieri. Anche per colpa di Balotelli, incapace di segnare in Premier e imbarazzante proprio per numero di gol realizzati in rapporto ai tiri tentati. Come gli era accaduto in Nazionale e all’Inter, ancor prima del manager è la squadra che lo sta scaricando. Perché quando dài tutto in campo, i compagni sono disposti a perdonarti anche comportamenti sbagliati. Nemmeno Suarez era amato nello spogliatoio di Anfield, ma in campo lottava e trascinava. Prima di tutto con l’atteggiamento, poi con i gol. Balotelli non lo ha mai fatto nella sua carriera e quasi certamente mai lo farà: acquistarlo pensando che potesse cambiare, è stato un errore imperdonabile.

di Massimo Callegari

Diego Costa-Balotelli 10-1, un confronto impietoso

9 novembre 2014

000_DV1903650Il calcio è uno sport collettivo e nessuno vince da solo. Neanche Messi e Cristiano Ronaldo, come dimostrano le loro avventure con Argentina e Portogallo. Ma se i sogni aiutano a vivere (cit.) i grandi calciatori aiutano a vincere. Non solo con i gol ma anche con lo spirito, l’esempio per i compagni, la continuità e la partecipazione al gioco di squadra. Liverpool-Chelsea ha confermato che per tutti questi motivi Diego Costa è un calciatore totale. A differenza di Mario Balotelli, che molto probabilmente non lo diventerà mai.

COME AL CALDERON  – Otto mesi fa i due si erano trovati di fronte al Vicente Calderon per il ritorno degli ottavi di Champions League. Dopo una prova promettente ma infruttuosa all’andata, Balotelli era chiamato a trascinare il Milan a una difficile rimonta nella tana dell’Atletico Madrid. Di fronte a una platea prestigiosa, il suo fallimento fu palese. Con una magnifica doppietta e una serie di scatti e ripartenze impressionanti, Diego Costa sfiancò invece la difesa rivale. Amplificando la disfatta personale e di squadra del centravanti rossonero. Il primo atto di un confronto impietoso quanto esemplare: il calciatore con meno talento ma superiore ambizione aveva disintegrato quello più dotato ma pure più indolente. Leggi il seguito »

di Massimo Callegari

United ko, ma la Champions non è perduta

3 novembre 2014

FOOTBALL - ENGLISH CHAMP - MANCHESTER CITY v MANCHESTER UNITEDI grandi successi possono nascere da una sconfitta? Sì, se il ko arriva al termine di una sfida memorabile come l’ultimo derby di Manchester. Lo United esce battuto ma non disintegrato, dopo essere stato in partita fino al 95′ nonostante l’espulsione di Smalling e il grave infortunio di Rojo, il suo miglior difensore.

I NUMERI – Van Gaal è in netto ritardo rispetto a Moyes, che alla 10ma giornata del campionato scorso aveva: 4 punti in più (17 a 13), un distacco inferiore dal terzo posto che vale la Champions diretta (-3 a -7) e un miglior rendimento esterno (9 punti a 3). Non solo: lo scozzese non aveva nemmeno subìto l’umiliante eliminazione dalla Coppa di Lega inflitta dal Milton Keynes a questo United a fine agosto. L’unico punto in comune è la vulnerabilità difensiva, evidente per entrambe pur con interpreti diversi (14 gol subiti con LVG, 1 in più dell’anno passato).

LO SPESSORE – Il guru olandese ha spalle più larghe del suo predecessore, che precipitò a gennaio perdendo 3 partite consecutive e in una settimana disse addio alle due coppe nazionali e ai sogni in Premier. E che proprio all’Etihad, alla 5^ giornata, aveva patito la prima batosta della stagione, con 4 gol subiti in 50′. Le difficoltà di questo derby hanno invece esaltato una squadra già priva di Falcao e poi costretta in 10, con Carrick e il 19enne nordirlandese McNair al centro della difesa per quasi tutto il secondo tempo. I mancati rigori concessi al City (almeno un paio) hanno tenuto in partita i Red Devils, aiutati però soprattutto dalla duttilità di tanti loro interpreti: Valencia, Blind, Rojo, Di Maria pur in una delle sue peggiori esibizioni degli ultimi anni, Fellaini e un epico Rooney.

LO SPIRITO – La prestazione di Roonaldo resterà nella storia del suo club e di tutto il calcio inglese. Partito da interno offensivo al fianco di Fellaini nel 4-1-4-1 iniziale, dopo l’espulsione di Smalling si è trasformato in centrocampista box-to-box. Da area ad area, letteralmente. Ha impostato e coperto, inseguito gli avversari e lottato con tackle temerari nella sua trequarti, sino a sfiorare il gol dell’1-1 su un fotonico coast to coast. Ha trasmesso alla squadra uno spirito fantastico ed è stato un esempio per i compagni, che come lui si sono esaltati e sacrificati. “Possiamo scalare le pareti dell’Inferno, un centimetro alla volta” (cit. Tony Damato / Al Pacino, Ogni Maledetta Domenica). Ci erano quasi riusciti e solo Hart, con una parata stupenda su Di Maria, glielo ha impedito.

I PRINCIPI – Oltre l’epica e la retorica del flop ultramilionario ci sono i principi di gioco. Sono quelli, alla fine, che indirizzano una stagione. Ciò che si era intravisto contro il Chelsea, raggiunto in extremis col gol di Van Persie, è emerso più chiaramente all’Etihad. Dove lo United ha giocato da squadra, con un’identità precisa e una compattezza impressionante tra i reparti, che per lunghi tratti ha annullato i limiti individuali dei difensori. Si sono viste situazioni codificate, dall’elastico  di Blind tra centrocampo e difesa (come Rijkaard nell’Ajax di Van Gaal campione d”Europa nel 1995) ai movimenti sincronizzati di Fellaini e Rooney. È per tutti questi motivi, in attesa del ritorno al top di Falcao e Di Maria, che è ancora presto per togliere a Old Trafford il titolo di “Teatro dei Sogni”: il quarto posto è a 4 punti, la qualificazione alla prossima Champions League è ancora possibile.

 

di Massimo Callegari

Il Clasico di José Ancelotti

26 ottobre 2014

REAL MADRID VS FC BARCELONAPochi allenatori sono tanto lontani tra loro quanto José Mourinho e Carlo Ancelotti. Ma nel Clasico che celebra il ritorno del Real a -1 dalla vetta, gli opposti si sono avvicinati. Facendo incontrare magnificamente la ferocia nelle ripartenze e la disponibilità al sacrificio delle stelle, in pieno Mou-style, con l’equilibrio e il gusto per i giocatori di qualità che hanno reso grande Carletto. Leggi il seguito »

di Massimo Callegari

Attenta Inter, il Saint-Etienne viaggia come il PSG

23 ottobre 2014

000_ARP4003512Senza lo stratosferico avvio del Marsiglia, il Saint-Etienne sarebbe in piena zona-titolo in Ligue 1. Dopo 10 giornate è 5° a -8 dalla vetta con 17 punti, solo 1 in meno del multimilionario PSG, che gli ha inflitto la peggiore sconfitta stagionale (5-0 a fine agosto). Gli avversari dell’Inter praticano un calcio poco spettacolare e attento in fase difensiva: non sarà un impegno comodo. Leggi il seguito »

di Massimo Callegari

I problemi della Spagna: Casillas e Diego Costa

11 ottobre 2014

000_DV1886532Dal falso 9 ai veri problemi. Il fracaso mondiale è lontano, Xabi Alonso ha salutato la compagnia portandosi via le sue bastonate dialettiche ma le difficoltà restano. E gli imputati sul banco sono gli stessi di quattro mesi fa: (fu) San Iker e Diego Costa.

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di Massimo Callegari

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